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Il tradimento di Zenica: il blocco nerazzurro affonda l’Italia nel fango della Bosnia

La notte più buia del calcio italiano porta la firma di Alessandro Bastoni: un’espulsione folle e la consueta amnesia dei big interisti condannano la Nazionale all'esilio mondiale per la terza volta consecutiva.

Redazione
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A poche ore dal triplice fischio che ha sancito il definitivo de profundis del calcio italiano, il sentimento che prevale tra le macerie di Zenica non è la tristezza, ma una fredda, lucida e necessaria rabbia. Nella serata che doveva rappresentare la redenzione azzurra, l’Italia di Gennaro Gattuso non ha semplicemente perso una partita di calcio; ha ratificato il fallimento morale di una generazione di presunti intoccabili, trasformando il sogno del Mondiale 2026 nell’ennesima umiliazione storica. Si parla di apocalisse, ma la verità è più prosaica: è una questione di uomini, di caratura mentale e di un paradosso cromatico che sta diventando un’offesa intollerabile all’intelligenza dei tifosi.

Il banco degli imputati oggi ha un padrone assoluto: il cosiddetto “Blocco Inter”. È un fenomeno metafisico, ai limiti del paranormale, osservare come certi calciatori possano apparire come titani d’acciaio sotto le insegne del proprio sodalizio e trasformarsi in ectoplasmi o, peggio, in zavorre non appena indossano il vessillo sabaudo. Il caso di Alessandro Bastoni è emblematico e, per onestà intellettuale, indifendibile. Al minuto 42, con la qualificazione ancora in equilibrio e un vantaggio da gestire, il centrale ha scelto il modo più sciagurato per confermare un’annata horror: un intervento in ritardo, scomposto, da ultimo uomo su Memic, figlio di una presunzione tecnica che in Nazionale non ha diritto di cittadinanza. È lo stesso giocatore che in campionato sembra telecomandato, capace di lanciare e chiudere ogni varco, ma che qui ha mostrato una tenuta emotiva degna di un esordiente colto dal panico.

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«L’episodio ha alterato l’equilibrio di una gara che avevamo in pugno grazie al guizzo di Kean», ha ammesso amaramente il CT nel post-partita, ma la realtà è che Bastoni oggi non merita alcuna indulgenza. La sua è stata una negligenza che ha costretto la compagine a un’agonia di cento minuti in inferiorità numerica, bruciando energie preziose e trascinando il gruppo verso un baratro annunciato. Non si può pretendere lo status di leader se, nel momento della massima pressione, si cede all’istinto più becero, lasciando i compagni in balia di una Bosnia modesta ma affamata.

Il naufragio dei rigori e l’alibi di un sistema al collasso

Se il rosso di Bastoni ha rappresentato l’inizio della fine, la lotteria dei rigori è stata l’epitaffio di una presunta eccellenza che ormai esiste solo sulle pagine dei quotidiani sportivi. Vedere Pio Esposito, un altro petalo della “cantera” nerazzurra, presentarsi sul dischetto con la sufficienza di chi sta disputando un’amichevole infrasettimanale, è l’immagine plastica del nostro tracollo. Quel pallone calciato verso le tribune balcaniche è il simbolo di una gioventù calcistica che sembra aver smarrito la fame e il senso del dovere. A ruota è arrivata la traversa di Cristante, a certificare che in questa nazionale mancano i nervi saldi, mancano i trascinatori e, soprattutto, manca quella ferocia agonistica che un tempo era il nostro marchio di fabbrica.

Mentre la Bosnia-Erzegovina celebra il suo approdo alla kermesse mondiale con il merito di chi ha saputo soffrire, l’Italia si rifugia nell’umiliante speranza di un ripescaggio burocratico. L’ipotesi legata all’esclusione dell’Iran è il rifugio dei mediocri, l’ultima spiaggia di un movimento che preferisce le carte bollate al rettangolo verde. Essere l’unica squadra nella top 15 del Ranking FIFA a restare fuori dal torneo iridato per la terza volta di fila non è un incidente di percorso, è una condanna senza appello per un sistema che protegge i suoi divi anche quando sbagliano l’impensabile.

Il sodalizio tra questi giocatori e la maglia azzurra sembra ormai logoro, vittima di una saturazione mentale che li vede trionfare con i club e naufragare con la rappresentativa nazionale. Se i campioni d’Italia prendono la porta ad occhi chiusi a San Siro e poi tremano di fronte ai fantasmi di una finale playoff, allora il problema non è più tattico o fisico, ma d’identità. Il summit decisivo tra i vertici della FIGC e Gattuso dovrà necessariamente portare a una tabula rasa: non si può ricostruire sulle macerie di chi, nel momento del bisogno, ha preferito la scivolata disperata alla lucidità del campione. L’Italia resterà a casa, spettatrice di un mondo che corre mentre noi restiamo fermi a interrogarci sui demeriti di chi, evidentemente, la gloria non la merita più.

Editoriale del Direttore

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