Ci sono giocatori che si vedono. E altri che si sentono solo quando è troppo tardi. Scott McTominay appartiene alla seconda specie: quella che sparisce dai radar, legge l’azione prima degli altri e poi compare nel punto esatto in cui la partita si rompe. A Stadio Giuseppe Meazza, contro l’Inter, ha messo in scena il suo manifesto calcistico: due inserimenti, due gol, una sentenza.
Non è provocazione dire che oggi McTominay è il volto più influente del campionato. Se non il migliore in assoluto, certamente il migliore del girone d’andata. E non per una questione di cifre – che pure parlano – ma per peso specifico, per impatto reale dentro le partite che contano.
L’arte di arrivare quando serve
I due gol dell’1-1 e del 2-2 sono una lezione. All’inizio dell’azione McTominay è dove deve essere; alla fine, meglio. In mezzo ci sono quindici secondi di lettura superiore: forza fisica per reggere il duello, intelligenza per anticipare lo sviluppo, personalità per presentarsi da solo nel cuore dell’area. È calcio che non si insegna: si riconosce.
Ed è proprio qui che il discorso supera i numeri. In Serie A ha segnato 5 volte (tre all’Inter), in Champions ha colpito ancora. Meno gol rispetto alla stagione scorsa? Sì. Meno centralità? No. Anzi: la frequenza è calata perché il raggio d’azione è aumentato. McTominay è ovunque, e il suo valore cresce con la complessità del compito.
La metamorfosi di Conte
C’è una mano chiarissima dietro questa evoluzione: Antonio Conte. Il Napoli ha dovuto reinventarsi tra infortuni e assenze pesanti; lo ha fatto trovando due chiavi. La prima, l’adattamento del riferimento offensivo. La seconda, decisiva, l’“olandizzazione” di McTominay: un tuttocampista che corre, recupera, arriva, colpisce.
Senza forzare paragoni, lo scozzese ha imparato a giocare ovunque, un po’ come quei centrocampisti totali che negli anni Settanta riscrivevano le mappe del campo. Lontano dalla porta, dove recupera palloni sanguinosi; vicino all’area, dove il metro e novanta diventano arma nel gioco aereo senza togliere finezza al tocco quando la palla è bassa. Non a caso, per necessità, ha fatto anche il centravanti.
Dubbi spazzati via, uno alla volta
Quando arrivò in Italia, l’operazione fece alzare sopracciglia. Troppi pregiudizi: “scuola britannica”, “Premier League”, “ambientamento”. Bastarono poche partite per capire che erano luoghi comuni. McTominay non ha svernato: ha lavorato. Ha saltato una sola gara per precauzione, ha tenuto una media voto alta, ha conquistato Napoli mettendoci anema e core.
E la notte di San Siro lo certifica meglio di qualunque statistica. Ha sbagliato – la palla persa che porta all’1-0 – e si è ripreso tutto con gli interessi. È questo che fa la differenza tra un buon giocatore e uno determinante.
Lo scettro (virtuale) è suo
Oggi, se esiste uno scettro simbolico del campionato, è nelle sue mani. Non perché segni sempre, ma perché segna quando serve. Non perché domini ogni pallone, ma perché decide quelli che contano. McTominay non chiede applausi: si presenta, colpisce, sparisce di nuovo. E lascia agli altri il compito di inseguirlo.



