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Il manifesto di Antonio Tempestilli: tra la crisi d’identità del VAR e la nuova Roma di Gasperini

In un’intervista esclusiva rilasciata a Sololaroma.it, lo storico dirigente giallorosso analizza i cortocircuiti del protocollo arbitrale e promuove il progetto tecnico di Trigoria; l’elogio a Malen e il retroscena sull'addio alla società.

Redazione
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La Serie A attraversa una fase di profonda mutazione, dove la tecnologia spesso collide con l’interpretazione umana, generando un clima di perenne sospetto. Antonio Tempestilli, figura che ha attraversato ogni fibra del calcio professionistico — dal campo alla scrivania — ha analizzato ai microfoni di Sololaroma.it le criticità del presente. Il punto di partenza non può che essere il VAR, uno strumento nato per supportare la classe arbitrale ma divenuto, secondo l’ex dirigente, fonte di estrema confusione a causa di un protocollo elastico. «Non si capisce quando debba intervenire e quando no», ha denunciato Tempestilli, sottolineando come l’incoerenza decisionale sia l’elemento che più di ogni altro incrina la fiducia del pubblico e degli addetti ai lavori.

Il nodo del protocollo: oltre la tecnologia, l’arbitrarietà

Per Tempestilli, il fallimento non risiede nella macchina, ma nella gestione del regolamento. La diagnosi è netta: «Il protocollo è da rivedere, l’interpretazione lascia spazio a troppe discussioni». L’ex difensore evidenzia un paradosso tecnologico: la visione rallentata sul monitor spesso non restituisce la reale fisicità di un contatto di gioco, portando a valutazioni che dal campo appaiono distorte. Nonostante i torti percepiti, la ricetta per lo spogliatoio resta quella della fermezza: «Creare alibi non aiuta, bisogna essere più forti degli errori», ha ribadito a Sololaroma.it, delegando alla dirigenza il compito di intervenire nelle sedi opportune per tutelare gli interessi del club.

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La Roma di Gasperini: competitività e “pelo sullo stomaco”

Spostando il focus sulla Roma, Tempestilli promuove la gestione di Gian Piero Gasperini, intravedendo un’identità tattica già solida e riconoscibile. «La Roma ha dimostrato di competere senza doversi snaturare», ha osservato, invitando l’ambiente a non cadere in facili allarmismi dopo i big match. La sfida della Capitale, tuttavia, non è solo tecnica ma ambientale: «In piazze come Roma, Milano o Napoli serve pelo sullo stomaco per reggere la pressione dei social». Per costruire una squadra vincente, la proprietà Friedkin deve dunque ripartire dalle fondamenta: una società forte in ogni settore e un mix equilibrato tra giovani di prospettiva e veterani capaci di assorbire gli scossoni emotivi di una piazza così esigente.

L’impatto di Malen e le gerarchie dello spogliatoio

L’analisi tecnica si sofferma inevitabilmente sull’acquisto di punta del mercato invernale, l’olandese Donyell Malen. Per Tempestilli, l’attaccante nazionale oranje è un innesto di garanzia assoluta: «Ha caratteristiche che si adattano perfettamente alle richieste del mister, ma deve essere supportato dalla squadra: da solo non si vince». Sull’accoglienza dei nuovi nello spogliatoio, l’ex dirigente smentisce il rischio di gelosie interne con una verità universale del calcio: «I giocatori sanno chi è più forte, se uno ti fa vincere lo vivi come una soluzione, non come una minaccia». È con questa mentalità che la Roma può ambire a traguardi importanti, inclusa quella Europa League che Tempestilli ritiene alla portata dell’attuale organico.

Il legame eterno e il retroscena sull’addio

Il congedo dell’intervista tocca le corde dell’appartenenza. A venticinque anni dallo scudetto del 2001, Tempestilli lancia un monito: «Vincere non deve essere un evento ventennale, ma un’abitudine». Nonostante il rapporto con la Roma resti un «amore indissolubile» — testimoniato dal suo abbonamento allo stadio — il dirigente non nasconde l’amarezza per le modalità dell’addio avvenuto in passato. «È stata una mia scelta andare via perché c’erano situazioni che non mi piacevano più», ha confessato, citando errori gestionali grossolani come il caso delle sei sostituzioni e le sviste nelle liste UEFA. Un addio dettato dalla dignità professionale, che però non spezza un legame lungo trentatré anni: la Roma resterà per sempre la sua casa, oltre ogni ruolo o scrivania.

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