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L’Atalanta domina l’Europa: la lezione di Palladino alle Grandi in crisi

Analisi del trionfo orobico contro il Dortmund e il crollo dell'Inter: il divario tra Serie A e Champions League.

Redazione
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Nella serata di ieri, il panorama calcistico continentale ha eletto Bergamo a nuova capitale morale del calcio italiano, consacrando il lavoro di Raffaele Palladino capace di orchestrare una rimonta esaltante contro il Borussia Dortmund. Mentre i club dal blasone più nobile faticano a trovare una dimensione europea, la “Dea” si fa ambasciatrice del movimento, annichilendo gli avversari con un ritmo da Premier League e una densità tattica che ha rievocato i fasti della gestione Gasperini. Questo exploit giunge al termine di un percorso accidentato, segnato da un avvio stagionale complesso, dall’avvicendamento in panchina e dall’addio doloroso di un fuoriclasse come Lookman, elementi che rendono l’approdo agli ottavi di finale un capolavoro di architettura sportiva.

Lezione europea e il paradosso del “giardiniere”

L’analisi del momento storico non può prescindere dall’editoriale di Enzo Palladini per Sport Mediaset, il quale traccia un solco profondo tra chi abita la Champions League con spirito d’autore e chi ne subisce la pressione. «L’Atalanta ha spiegato a club più prestigiosi e ad allenatori più affermati come si gioca in Europa», ha osservato la firma di Mediaset, sottolineando come la compagine orobica abbia saputo occupare ogni spazio vitale del campo. Emerge dunque una distinzione netta tra i tecnici: da un lato i “giardinieri da villetta a schiera”, eccellenti nel curare l’ordinaria amministrazione della Serie A, e dall’altro gli architetti da “Parco di Versailles”, capaci di dominare scenari maestosi. In quest’ultima categoria, accanto a Josè Mourinho, si iscrive di diritto Palladino, mentre Cristian Chivu appare ancora necessitante di quel ripasso strategico che solo i grandi maestri sanno impartire.

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Juventus e Inter: due volti della medesima eclissi

Il fallimento delle potenze tradizionali del nord Italia assume contorni diametralmente opposti nella narrazione di questa stagione. La Juventus di Luciano Spalletti esce dalla competizione a testa alta, dopo un atto d’eroismo contro il Galatasaray che ha visto i bianconeri sfiorare la qualificazione in dieci uomini. «I bianconeri hanno tirato fuori energie che non pensavano di avere, andando a un passo dalla clamorosa impresa nonostante l’ingiustizia del rosso a Kelly», ha evidenziato Palladini, salvando l’onore di una squadra che a febbraio sembrava smarrita. Di contro, l’eliminazione dell’Inter assume i tratti di un’onta sportiva: la capolista della Serie A è stata estromessa da una compagine norvegese, il Bodo/Glimt, dopo aver collezionato zero punti contro avversari di rango come Liverpool, Arsenal e Atletico Madrid.

Verso un nuovo ordine tattico

Il fallimento nerazzurro riattualizza l’adagio di Fabio Capello su un campionato italiano “poco allenante”, incapace di preparare i propri protagonisti alle intensità transalpine. Se Antonio Conte inciampa nell’ennesima delusione internazionale — parzialmente giustificata da un’ecatombe di infortuni — il futuro prossimo del calcio italiano resta appeso alle speranze di rinnovamento. Il Milan cercherà la competitività perduta attraverso il “cortomuso” di Massimiliano Allegri, mentre l’Inter spera che la lezione norvegese sia servita a maturare Chivu. In questo scenario di transizione, resta l’Atalanta l’unico faro credibile, una squadra che, come sottolineato da Palladini, non produce materiale d’archivio o fredde statistiche, ma emozioni pure capaci di nobilitare l’intero sistema.

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