L’Italia di Gennaro Gattuso è a soli 90 minuti dal ritorno nel calcio che conta: la vittoria di Bergamo contro l’Irlanda del Nord ha certificato la nascita di un gruppo solido, capace di soffrire e colpire con il “cinismo del Ringhio”. Ora, però, la missione si sposta nell’inferno di Zenica, dove martedì sera gli Azzurri affronteranno la Bosnia di Edin Dzeko nella finale playoff per il Mondiale 2026. Non sarà sufficiente il 100%: in un ambiente che trasuda nazionalismo e agonismo, servirà quel 101% di applicazione tattica e ferocia mentale per non sprecare l’ultimo proiettile a disposizione.
Il CT ha vinto la sua scommessa personale, abiurando il dogma della difesa a quattro per cucire addosso alla squadra un 3-5-2 funzionale agli interpreti. Se il pacchetto arretrato Mancini-Bastoni-Calafiori ha retto l’urto fisico dei britannici, a centrocampo l’interscambiabilità tra Barella e Tonali ha garantito dinamismo e inserimenti, portando proprio il mediano del Newcastle a sbloccare il match. Le note dolenti arrivano dalla catena di sinistra, dove l’affinità tra Dimarco e Calafiori è apparsa ancora acerba rispetto ai meccanismi collaudati in casa Inter. In attacco, il dilemma per Zenica è servito: la condizione precaria di Retegui (vittima dei ritmi compassati del campionato arabo) spalanca le porte alla candidatura di Pio Esposito, apparso molto più in palla e associativo nel finale di Bergamo rispetto all’italo-argentino.
«La semifinale è stata una scuola di pazienza: a Zenica non potremo permetterci cali di tensione o malintesi difensivi, perché Dzeko non perdona», è il monito che filtra dallo spogliatoio azzurro. La Bosnia, galvanizzata dal successo ai rigori contro il Galles, punta sulla freschezza dei suoi giovani e sull’esperienza eterna del suo capitano quarantenne. L’Italia ha però ritrovato un’anima: la collaborazione vista in campo e il sacrificio collettivo sono i segnali di un “gattusismo” ormai metabolizzato. Resta da compiere l’ultimo sforzo per regalare a una generazione di tifosi il diritto di sognare sotto il cielo americano, cancellando definitivamente le ombre dei fallimenti passati.