Il palcoscenico incandescente dello stadio Ali Sami Yen di Istanbul si appresta a ospitare l’andata dei playoff di Champions League, un crocevia stagionale che la Juventus di Luciano Spalletti affronta in una condizione di emergenza strutturale senza precedenti. Orfana di Vlahovic, Milik e dell’ultima defezione David, la compagine bianconera si presenta al cospetto del Galatasaray di Okan Buruk priva di riferimenti offensivi di ruolo, con l’unico attaccante superstite, Lois Openda, destinato a accomodarsi nuovamente in panchina per scelta tecnica.
La metamorfosi tattica: l’era del “falso nove” dinamico
L’impasse generata dalle assenze forzate ha spinto lo staff tecnico verso una soluzione di rottura, figlia di una visione calcistica che privilegia la densità e la manovra rispetto alla profondità pura. La decisione di escludere Openda non è soltanto figlia di una contingenza medica, ma di una valutazione atletica e tattica che vede l’ex Lipsia ancora lontano dai canoni richiesti dal tecnico di Certaldo. Al suo posto, la Juventus dovrebbe presentarsi con un assetto fluido: Weston McKennie è investito del ruolo di “falso nove” atipico, un equilibratore avanzato incaricato di svuotare l’area per gli inserimenti di Miretti e le incursioni laterali di Yildiz e Conceicao. Questa architettura tattica mira a disorientare la retroguardia turca, sottraendo punti di riferimento fissi in un ambiente che promette una pressione ambientale asfissiante.
La crisi del reparto avanzato juventino affonda le radici in un mercato invernale che non ha saputo porre rimedio alle fragilità fisiche dei titolari, costringendo la gestione tecnica a equilibrismi estremi. Il sodalizio torinese si gioca gran parte del prestigio internazionale e dei ricavi UEFA affidandosi a un centrocampo ipertrofico che dovrà sopperire all’assenza di peso specifico negli ultimi sedici metri. La scelta di Spalletti appare come un all-in ragionato: preferire la coerenza del sistema di gioco all’adattamento forzato di un calciatore, Openda, i cui numeri stagionali — appena due reti in ventinove apparizioni — certificano un’integrazione mai realmente avvenuta nel tessuto tattico bianconero.
Il verdetto di Spalletti e il fallimento del fattore Openda
Durante la conferenza stampa della vigilia, svoltasi nel ventre dell’impianto turco, Luciano Spalletti ha affrontato con la consueta lucidità il tema dell’esclusione del belga, delineando una gestione della gara che privilegia la lettura preventiva rispetto alla reazione agonistica. «Questi appuntamenti rappresentano un potenziale punto di svolta per ogni atleta, ma la mia responsabilità impone una visione d’insieme che abbracci l’intera durata del match, dai titolari alle rotazioni strategiche», ha spiegato il tecnico, sottolineando come la pianificazione debba prevedere gli scenari piuttosto che rincorrerli. In merito al giovane attaccante, Spalletti è stato categorico pur lasciando uno spiraglio per il futuro: «Lois ha beneficiato di diverse opportunità per dimostrare il proprio valore e ne avrà certamente altre; tuttavia, il “come” e il “quando” restano legati a una valutazione collettiva che faremo nel tempo».
Il rendimento di Openda rimane l’enigma irrisolto della stagione juventina. Approdato a Torino nell’ultimo giorno della sessione estiva con la formula del prestito con obbligo di riscatto, il belga non è riuscito a replicare la prolificità mostrata in Bundesliga. Con sole otto partenze dal primo minuto e un minutaggio che si è progressivamente ridotto sotto la gestione Spalletti, il calciatore sembra soffrire il passaggio a un calcio più posizionale e ragionato. Se la trasferta di Istanbul doveva essere la sua notte del riscatto, la decisione di affidarsi a McKennie suona come una bocciatura solenne, o quantomeno come un rinvio a data da destinarsi di un investimento che, finora, non ha prodotto il dividendo sperato.





