La Juventus di Luciano Spalletti cade rovinosamente sotto i colpi del Galatasaray, incassando un 5-2 che profuma di sentenza definitiva e che proietta il sodalizio bianconero in un abisso di riflessioni tattiche e caratteriali. Nonostante la doppietta di Teun Koopmeiners avesse temporaneamente ribaltato l’iniziale vantaggio di Gabriel Sara, l’espulsione di Cabal e il grave infortunio occorso a Bremer hanno agito da detonatori per un crollo verticale, lasciando la compagine torinese in balia delle folate turche durante una ripresa definibile soltanto come un calvario agonistico. Tra otto giorni, all’Allianz Stadium, servirà un’impresa senza precedenti storici per evitare l’eliminazione, considerando che mai un club italiano, dopo aver subito cinque reti all’andata, è riuscito a staccare il pass per il turno successivo.
L’illusione tattica e il naufragio della personalità
Il primo atto della sfida aveva illuso il popolo bianconero: una mezz’ora di calcio autoritario, dove l’intuizione di schierare McKennie nel ruolo di riferimento avanzato e la spinta costante di Cambiaso avevano permesso di assorbire il colpo a freddo e di portarsi in vantaggio. Tuttavia, l’uscita di scena del leader difensivo brasiliano ha scoperchiato le fragilità strutturali di un gruppo che, nel momento del massimo sforzo avversario, ha smarrito ogni geometria. La Juventus si è letteralmente dissolta come neve al sole, palesando una preoccupante assenza di caratura internazionale nei suoi interpreti chiave. Se la sconfitta di San Siro contro l’Inter era stata accolta con l’onore delle armi, il passaggio a vuoto di Istanbul segna una regressione identitaria che mette in discussione il percorso di maturazione intrapreso con la nuova gestione tecnica.
L’analisi di Luciano Spalletti, raccolta nel ventre del Rams Park subito dopo il triplice fischio, non lascia spazio a interpretazioni benevole: «Questa sera non abbiamo fatto un passo indietro, ne abbiamo fatti tre, e ora è necessario che ognuno di noi si assuma le proprie responsabilità per quanto accaduto», ha sottolineato il tecnico toscano con amara lucidità. «Dopo un inizio promettente siamo scivolati nel buio totale, smettendo di lottare e di credere nell’obiettivo comune». Le parole dell’allenatore evidenziano una carenza di leadership che, storicamente, è stata il marchio di fabbrica delle grandi spedizioni europee bianconere, ora drammaticamente assente nei momenti in cui l’imprevisto — rappresentato dall’inferiorità numerica e dagli infortuni — richiede nervi d’acciaio.
Il peso della storia e l’incubo del ritorno
Il verdetto del campo obbliga ora la Juventus a guardare in faccia una realtà statistica impietosa. I precedenti di Lazio, Inter e Roma, tutte travolte da passivi pesanti nelle gare d’andata e mai capaci di ribaltare il destino al ritorno, pesano come macigni sulle ambizioni di rimonta. La mancanza di cattiveria agonistica sotto porta e l’incapacità di gestire i ritmi del match sono criticità che Spalletti dovrà risolvere in tempi record, non solo per tenere accesa la flebile speranza europea, ma soprattutto per non perdere il treno della zona Champions in campionato, dove i recenti passi falsi con formazioni di fascia media hanno già eroso il margine di errore.
La speranza del tifo juventino rimane ancorata al ricordo delle notti magiche dell’Allianz Stadium, come quella rimonta epica contro l’Atletico Madrid firmata da Cristiano Ronaldo. Tuttavia, per replicare un simile miracolo sportivo, la squadra dovrà ritrovare quella maturità tattica e quella ferocia che sembrano essere svanite nel tumulto di Istanbul. Senza una reazione d’orgoglio immediata, il rischio è che la stagione europea si chiuda con un fallimento difficile da digerire per una piazza abituata a palcoscenici ben più prestigiosi.


