A cento giorni dal calcio d’inizio della ventitreesima edizione della Coppa del Mondo, l’entusiasmo per il primo torneo a 48 squadre della storia cede il passo a una congiuntura diplomatica e securitaria senza precedenti. Nella mattinata di oggi, mentre il countdown segna il passaggio verso l’11 giugno, la rassegna che dovrebbe unire Stati Uniti, Canada e Messico appare funestata da un clima di incertezza radicale. Tra le minacce di boicottaggio europeo, l’escalation militare nel Golfo e le tensioni commerciali in Nord America, il “Mondiale diffuso” rischia di trasformarsi nel più grande banco di prova della tenuta del sistema sportivo internazionale.
Il caso Iran e l’ombra del ritiro forzato
La partecipazione dell’Iran è l’ultimo, pesantissimo tassello di un mosaico che rischia di andare in frantumi. In seguito ai recenti attacchi condotti da Stati Uniti e Israele sul suolo persiano, la posizione della nazionale di Teheran è divenuta precordiale. «Dopo quanto accaduto, non possiamo aspettarci di guardare con speranza ai Mondiali», ha ammesso con amarezza Mehdi Taj, presidente della Federcalcio iraniana, alle emittenti di stato. Sebbene la decisione finale spetti ai vertici politici del Paese, il nodo logistico e la concessione dei visti da parte di Washington rendono la rinuncia un’ipotesi concreta. Un precedente del genere non si verificava dal 1950, quando l’India diede forfait alla kermesse in Brasile (ufficialmente per gli elevati costi della trasferta e la volontà di privilegiare le Olimpiadi, nonostante il mito volesse i calciatori intenzionati a giocare scalzi).
La fronda europea: lo spettro del boicottaggio politico
Non è solo il Medio Oriente a tremare. In Europa, il dibattito sul boicottaggio ha superato la soglia della speculazione accademica per farsi pressione istituzionale. Svezia e Danimarca guidano il fronte del dissenso, alimentato dalle rigidissime politiche sull’immigrazione imposte dalla presidenza Trump. Il timore che migliaia di tifosi possano vedersi negato l’ingresso negli USA ha spinto le federazioni scandinave a valutare una clamorosa diserzione. A Berlino, il vice-presidente della DFB e presidente del St. Pauli, Oke Göttlich, ha rotto gli indugi: «Il calcio non può più considerarsi estraneo al contesto geopolitico; è giunto il momento di discutere apertamente di un boicottaggio». La questione Groenlandia, oggetto di mire egemoniche da parte della Casa Bianca, aggiunge ulteriore benzina al fuoco nei rapporti tra Copenaghen e Washington.
Nord America: dazi, narcotraffico e rischi sicurezza
Anche la cooperazione tra i tre Paesi ospitanti attraversa una fase di gelo diplomatico. La guerra dei dazi innescata dagli Stati Uniti contro Canada e Messico ha incrinato i rapporti con Ottawa e Città del Messico, mettendo a rischio il coordinamento logistico necessario per gestire 104 partite. In terra messicana, l’allerta è massima: la spirale di violenza scatenatasi dopo l’uccisione del boss El Mencho proietta un’ombra inquietante sugli stadi di Monterrey, Guadalajara e Città del Messico. Sullo sfondo, resta l’allerta terrorismo negli Stati Uniti, con l’Unione Europea che ha già avviato pressanti colloqui con la FIFA per garantire l’incolumità dei supporter d’oltreoceano.