A poche ore dall’ennesimo fischio d’inizio, l’unico campo su cui Romelu Lukaku sembra dominare con costanza non è quello di gioco, ma quello minato della diplomazia contrattuale. Nella mattinata di oggi, l’ultimo atto della tragicommedia partenopea si è consumato sulla pista di un aeroporto belga: il volo per Napoli non è decollato e, con esso, è rimasta a terra anche la pazienza di Aurelio De Laurentiis. Il club, stanco di interpretare il ruolo della compagine tradita, ha emesso un ultimatum che profuma di sentenza: rientro immediato o permanenza fuori rosa fino al termine della stagione. Un’impasse che, per chi conosce la biografia del gigante di Anversa, ha il sapore stantio del déjà-vu. La congiuntura attuale vede il centravanti barricato dietro un’infiammazione all’ileopsoas e una narrazione social dai toni accorati. «Non potrei mai voltare le spalle al Napoli, voglio solo tornare al 100%», ha fatto sapere il belga attraverso i propri canali ufficiali, in un tentativo di captatio benevolentiae che però si scontra con una casistica storica ormai ingombrante. La verità è che il sodalizio con la maglia azzurra sembra seguire lo stesso spartito già recitato a Milano e Roma: una fase iniziale di amore travolgente, seguita da un improvviso silenzio radio nel momento del bisogno. A Napoli lo aspettavano a Castel Volturno alle 11:30; lui ha risposto con una storia su Instagram, confermando che nel calcio moderno le parole pesano poco quando i fatti non prendono il volo. Il professionista del distacco: un cuore di ghiaccio in un calcio di passione Il paradosso di Lukaku risiede proprio in questo suo essere "troppo professionista" in un contesto, quello italiano, che vive di viscerale appartenenza. Se con l'Inter la fuga si consumò nel silenzio assordante verso compagni che lo chiamavano senza ricevere risposta, e con la Roma il legame si è sciolto senza lasciare traccia emotiva, a Napoli la rottura assume i contorni della beffa. L’attaccante giura fedeltà mentre i medici belgi prescrivono dieci giorni di riabilitazione lontano dall'ombra del Vesuvio, quasi a voler sottolineare che il suo unico, vero colore è quello della propria autonomia decisionale. L'errore, forse, è di chi ancora cerca l'anima dietro il numero 9. In una carriera trascorsa a baciare stemmi diversi con la stessa enfasi con cui si firma un bonifico, Lukaku ha dimostrato di essere il perfetto "professionista" di lusso: impeccabile finché la congiuntura astrale è favorevole, svanente non appena il vento cambia o il corpo (e la mente) chiedono una pausa. Il Napoli, che sulla passione ha costruito un'identità, oggi si scopre freddamente beffato. «Tornerò per aiutare la squadra», promette lui. Resta solo da capire se, per quando avrà deciso di atterrare, ci sarà ancora una squadra disposta ad aspettarlo o se la porta di Castel Volturno sarà già stata chiusa a doppia mandata.

Napoli-Lukaku, il volo della discordia: il "professionista" sparisce ancora
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