La Roma è terza e va in Champions. Ma dal podio si può precipitare sesti in 180 minuti: ecco cosa non deve succedere
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La Roma è terza e va in Champions. Ma dal podio si può precipitare sesti in 180 minuti: ecco cosa non deve succedere

La Roma ha chiuso il campionato al terzo posto. Una posizione che vale la Champions League, l'Europa che conta, quella con l'inno, non quella delle notti tiepide in Conference. Non è stato un percorso lineare, né una passeggiata. Come racconta LR24.it (A. Ciardi), nelle ultime due giornate la classifica avrebbe potuto ribaltarsi completamente: dal terzo al sesto posto, con la stessa logica surreale con cui Alessandro Borghese, nel suo format televisivo, capovolge tutto nell'ultimo minuto. Non è andata così. Ma poteva. Come ci è arrivata: una seconda Roma nata nel silenzio La Roma che oggi festeggia - con compostezza, senza caroselli - è figlia di una rifondazione silenziosa. La prima era, quella delle dichiarazioni roboanti e delle promesse mai mantenute, è morta sotto il COVID. Da lì è nata una seconda versione del club, più taciturna, eretta nel 2020, che ha prodotto risultati concreti: una vittoria in Conference League, una finale di Europa League che, secondo LR24.it, "fu più dolorosa degli scempi di Taylor" e strappata nel silenzio generale. Poi, dopo un'attesa che sembrava non finire mai, questa qualificazione in Champions. Chi sperava di convincere i tifosi giallorossi che un piazzamento in classifica valesse più di un trofeo ha perso quella battaglia. La Roma li ha avuti entrambi. E chi attribuisce il terzo posto esclusivamente ai crolli di Milan e Juventus nel finale dimentica un dettaglio: se la Roma non avesse subito il blackout nell'ultimo quarto d'ora della partita contro la Juventus, i conti sarebbero stati chiusi già tra marzo e inizio aprile. Gasperini, uomo solo al comando: non può ricapitare Il vero nodo, quello su cui insiste con forza la fonte originale, non è il risultato. È la struttura intorno al risultato. Gian Piero Gasperini è rimasto in piedi — l'unico, di fatto. Il senior advisor e il direttore sportivo hanno fatto, come scrive LR24.it, "la fine dei Lemmings". Gasperini, che assieme ad Antonio Conte rappresenta il meglio dell'allenatore italiano in attività — con la sola eccezione di Carlo Ancelotti — non può affrontare un'altra stagione da comandante senza stato maggiore. Per quanto la squadra abbia dato tutto nei dieci mesi di campionato, un allenatore del suo livello non può lavorare nell'isolamento. La fine dell'era delle fanfaronate Per anni la Roma ha sopportato dirigenti "o sopravvalutati o improvvisati", come li definisce la fonte, portati in trionfo da entourage che li esibivano al pubblico come icone intoccabili. Quella stagione è chiusa. Ci sono le fondamenta. Ma le fondamenta non sono un palazzo: sono solo il punto di partenza. Cosa serve adesso: operatività, non promesse Il messaggio che arriva dall'analisi di LR24.it è netto. Dopo le grandi operazioni di mercato - Mourinho, Dybala, Lukaku - la mossa più coraggiosa e più spiazzante è stata dare piena fiducia a Gasperini, "addirittura buttando giù dalla torre" un simbolo del romanismo come Sir Claudio Ranieri. Una scelta che ha pagato. Ma adesso non basta più la visione: servono dirigenti che diventino operativi subito, che lavorino gomito a gomito con l'allenatore, senza margini per alibi e senza ritardi. Il calcio italiano è livellato. Non importa se verso l'alto o verso il basso: in centottanta minuti, con la pressione giusta, si può scivolare dal terzo al sesto posto. È già quasi successo. La prossima stagione, quella di Serie A con la Champions sullo sfondo, non ammette improvvisazione.

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