Il nuovo volto del Napoli ha i tratti puliti di un talento cresciuto all’ombra del Vesuvio, capace di trasformare un’emergenza numerica nella più bella sorpresa del campionato. Antonio Vergara, trequartista classe 2003, si è preso la scena nelle ultime settimane convincendo Antonio Conte a puntare con decisione su di lui dopo i pesanti infortuni che hanno colpito la rosa azzurra. Protagonista assoluto con due reti pesanti contro Chelsea e Fiorentina, il giovane calciatore ha tracciato il bilancio di questa sua ascesa fulminea ai microfoni di Radio CRC, svelando i retroscena del rapporto con il tecnico leccese e le tappe di una maturazione tattica ancora in corso.
La consacrazione tra stupore e dediche
Non capita tutti i giorni di esordire sotto i riflettori internazionali e rispondere presente con una freddezza da veterano. La rete segnata ai londinesi del Chelsea sembra aver segnato uno spartiacque nella carriera del ragazzo, che non ha nascosto l’emozione per un momento quasi surreale. «Dedicare il primo gol? Non ci ho pensato, ero solo felice. Quello con il Chelsea è stato inaspettato anche per me, dalle foto si vede che la mia faccia era incredula», ha ammesso Vergara, mettendo in luce quella spontaneità che ha conquistato la tifoseria.
Se la perla europea è stata il manifesto del suo talento, il sigillo contro la Fiorentina ha rappresentato l’abbraccio definitivo con la sua gente: «Il secondo gol lo dedico a tutto lo stadio e a coloro che erano lì a esultare con me: è stato più bello anche perché abbiamo vinto». Un legame viscerale, quello con il pubblico napoletano, che Vergara coltiva fin da quando, ragazzino, osservava i big allenarsi a Castel Volturno.
L’eredità di Zielinski e la scuola di Conte
Crescere nel vivaio azzurro significa avere modelli d’eccellenza a portata di mano. Se il mito assoluto resta irraggiungibile, la quotidianità ha offerto al giovane trequartista spunti molto più concreti da studiare e replicare. «Il mio idolo è sempre stato Messi, ma quando andavo a fare gli allenamenti in prima squadra mi è sempre piaciuto Piotr Zielinski», ha confessato il classe 2003. Il ricordo del polacco è nitido: «Era bello da vedere: faceva uno stop di tacco a seguire che si conosceva a memoria, ma riusciva comunque a sfuggire agli avversari. Un giocatore molto forte».
Oggi, però, la realtà si chiama Antonio Conte. Il tecnico ha lavorato duramente sulla duttilità del ragazzo, trasformandolo in un jolly offensivo capace di coprire più zone del campo. Vergara ha spiegato come la sua evoluzione tattica sia frutto di un lavoro quasi accademico: «In questi anni ho giocato sulla trequarti, mi sono sempre trovato bene, poi ho fatto la mezzala, il quinto, l’esterno. Mi sento migliorato allenandomi con Conte. Lavoriamo tanto, davvero tanto, sul punto di vista tattico».
Il rapporto con l’allenatore, tuttavia, non si limita ai soli schemi. Conte, noto per la sua capacità di entrare nella testa dei giocatori, ha instaurato con il giovane un dialogo franco e costruttivo fin dal ritiro estivo. «All’inizio dell’anno Conte mi disse: ‘Antò sei bravo, ma devi restare sempre con la testa attaccata, perché ogni tanto la stacchi’», ha rivelato Vergara. Un monito che il calciatore ha fatto suo, interpretando ogni allenamento come una lezione magistrale: «Per me essere in questa squadra, allenato da lui, è come essere al banco a scuola. Loro mi insegnano e io cerco di apprendere il più possibile».

