Cristante, il friulano diventato romano: "Mortacci tua mi esce in automatico, non posso farci niente"
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Cristante, il friulano diventato romano: "Mortacci tua mi esce in automatico, non posso farci niente"

Nato in Friuli, cresciuto a Milano, ma ormai romano a tutti gli effetti. Bryan Cristante, 31 anni, ha raccontato a Sportweek otto stagioni vissute nella Capitale con la maglia della Roma, un percorso che lo ha trasformato al punto da rendergli naturale persino il dialetto locale. "Confesso: mortacci tua è diventato un intercalare. Mi esce in tante occasioni, non posso farci niente. Ormai vado in automatico", ha ammesso il centrocampista, sintetizzando in una battuta un'intera trasformazione identitaria. Il podio delle partite più importanti Con 364 presenze in giallorosso alle spalle, a Cristante non è stato facile scegliere solo tre momenti da mettere sul podio della propria esperienza romanista. "Le due finali di Coppa sicuramente, la prima di Conference che abbiamo vinto sul Feyenoord ma anche l'altra, dell'Europa League, persa ai rigori contro il Siviglia", ha spiegato. A completare la classifica personale, un episodio più recente: "Senza andare troppo indietro nel tempo, ti dico l'ultima giornata di questo campionato a Verona in cui ci siamo garantiti il ritorno in Champions, una manifestazione che mancava a tutti - società, giocatori e tifosi - da troppo tempo". Vivere a Roma: l'amore a prima vista e il rovescio della medaglia Alla domanda se otto anni nella Capitale pesino il doppio rispetto allo stesso periodo trascorso altrove, il centrocampista non ha dubbi. "Roma è una città di cui ti innamori subito, già al primo giorno. Arrivi e, dove ti giri ti giri, rimani folgorato dalla sua bellezza", ha raccontato, aggiungendo un pensiero sull'ambiente dello stadio: "La carica dei tifosi romanisti non la scopro io, l'inno sulle note della canzone di Venditti è da pelle d'oca". Non manca però il lato più complesso di questa relazione. "Questa è una città che richiede tanto e che non è sempre facile. Tutto quello che ti dà - calore, entusiasmo e passione - quando le cose vanno bene si trasforma in pressione, in un'urgenza che diventa stress e non è semplice da gestire se non arrivano i risultati. È il rovescio della medaglia", ha spiegato Cristante, che ha anche indicato la ricetta per reggere l'urto: "Devi saper mantenere l'equilibrio. A Roma si passa troppo velocemente dall'esaltazione alla depressione, un giorno sei un campione e quello dopo uno scarsone... È così che si compromette una intera stagione. Quest'anno, che avessimo vinto oppure perso, siamo stati bravi a resettare appena finita la partita, concentrandoci subito sulla successiva". I luoghi del cuore: da Monteverde al Colosseo Sul rapporto quotidiano con la città, il centrocampista ha svelato di aver ormai imparato a muoversi tra i quartieri romani. "Ormai conosco orari, zone, cose, ho imparato come funziona. So come muovermi, ecco. Girare per Trastevere mi rimane però un po' più complicato", ha ammesso. Anche a Testaccio, quartiere a fortissima impronta giallorossa, ci è stato, seppur in incognito: "Roma l'ho girata tutta. Nei primi anni giravo un po' di più, per esplorare. Adesso ho i miei posti del cuore, non giro più la città da turista, se così si può dire, ma da residente. Da romano, dai". Monteverde Vecchio, la zona magica Tra i luoghi che gli sono rimasti nel cuore, Cristante ha citato in particolare Monteverde Vecchio: "Ho abitato tanti anni lì, vicino a Villa Pamphili. Frequentavo le vie, i ristorantini della zona. Ci sono rimasto affezionato e mi piace ancora andare lì a cena. È una zona che per me ha qualcosa di magico e farci due passi la sera è il momento più bello". Tra i monumenti, invece, la scelta è ricaduta sul Colosseo: "La sua imponenza mi colpisce ogni volta". La romanità conquistata: i maestri De Rossi, Florenzi e Pellegrini Sull'adattamento alla goliardia e alle battute tipiche dei romani, Cristante ha riconosciuto di aver avuto insegnanti d'eccezione fin dal primo giorno di ritiro. "Non ho la cadenza romanesca, ma le battute in dialetto, anche qualche insulto, mi escono. Del resto, quando sono arrivato, ho avuto buoni maestri: Daniele De Rossi, Alessandro Florenzi, Lorenzo Pellegrini", ha raccontato, precisando di non essere mai stato preso in giro direttamente: "Avendoli vicini di posto a tavola fin dal primo giorno di ritiro, capisci subito come è il loro modo di fare. Quello dei romani, intendo". Pellegrini, Roma Anche fuori dal campo il centrocampista si è costruito una rete di amicizie locali, a partire dal proprio barbiere, "rimasto lo stesso" fin dal suo arrivo. "Tutti romanisti", ha specificato, aggiungendo che con loro esiste un tacito accordo: "Soprattutto dopo le partite, non amo parlare di calcio, hanno imparato a non farmi troppe domande". Il peso della fascia da capitano e il derby Sul significato di indossare la fascia in una piazza come quella romanista, Cristante ha usato parole di grande rispetto: "Sembrerà scontato, ma è davvero un onore essere il capitano di una squadra che porta il nome di una città enorme, in tutti i sensi, come questa. Ho l'orgoglio, insieme a Pellegrini o a Mancini, di trasmettere ai più giovani il senso di appartenenza a questo club così visceralmente legato alla gente che lo sostiene". E ricorda ancora bene la prima frase sentita al suo arrivo in giallorosso, proprio a proposito della stracittadina: "Mi raccomando il derby. Capisci subito che è una partita diversa dalle altre, che va oltre i tre punti". Mourinho e Gasperini: due modi di vincere Il centrocampista ha poi tracciato un confronto tra i due allenatori che più lo hanno segnato nella sua esperienza romanista. "Non solo a me, ma a tutta la squadra, Mourinho ha dato concretezza. Ci ha trasmesso il suo carisma, inculcandoci il concetto di vittoria; il bisogno, direi, di vincere. Con lui abbiamo fatto due grandi stagioni, vincendo una Coppa e perdendone un'altra ai rigori", ha raccontato. Su Gian Piero Gasperini, che aveva già conosciuto ai tempi dell'Atalanta, il giudizio è altrettanto netto: "Mister Gasperini è forte, c'è poco da fare. Io che avevo già avuto la fortuna di averlo all'Atalanta, sapevo che bisogna solo andargli dietro perché è uno che ha fatto benissimo ovunque, e lo ha dimostrato pure al primo anno in una piazza esigente come questa". Mourinho e Gasperini Chi urla di più tra i due Alla domanda diretta su chi tra i due tecnici si faccia sentire di più, Cristante ha scelto una risposta diplomatica ma chiara: "Bella lotta. Diciamo che in campo Gasp si fa sentire e, soprattutto, capire. Che tu sia inglese o cinese, che sia arrivato da un giorno o da una settimana, stai tranquillo che capisci subito cosa vuole da te il mister". Sul divertimento in campo, invece, ha voluto sfumare qualsiasi contrapposizione netta: "Sono due modi di fare calcio, ma noi ci siamo divertiti anche con Mourinho, perché quando vinci ogni tipo di calcio diventa bello. Certo, con Gasperini giochi un calcio offensivo, moderno, corri, attacchi, fai tanti gol, aggredisci e recuperi tanti palloni. È faticoso ma divertente". La scelta di andare all'estero a 18 anni Su cosa lo renda un giocatore indispensabile per ogni allenatore avuto in carriera, Cristante ha risposto parlando di mentalità: "Io sono un lavoratore. Mi piace andare in campo, lavorare tutti i giorni, ed essere sempre sul pezzo, fare quello che mi chiede l'allenatore. Fin da ragazzo ho sempre dato tutto". Una filosofia nata presto, quando a 18 anni scelse di trasferirsi in Portogallo: "Ho imparato subito che il mondo del calcio è bello, però è un bel mondo di matti, quindi ho capito in fretta come seguire una mia linea retta, ed è quella che mi ha portato fin qua". Guardando alle nuove generazioni di italiani che scelgono la stessa strada, il centrocampista ha espresso una convinzione precisa: "Una volta era la Serie A il campionato più importante al mondo, ora invece è la Premier. Tutti vogliono andare lì e, una volta che riesci, hai un'immagine diversa e cresci affrontando i più forti. L'estero ti apre la testa, maturi prima e in maniera diversa, ti confronti con altre lingue e culture. Rischi di non giocare? Fai in tempo a tornare indietro. Ma, se perdi quel treno, potresti non prenderlo più. Oggi ci sono tanti nostri giovani all'estero: penso che, più ne mandiamo, più ne trarrà giovamento il nostro calcio, Nazionale compresa".

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