Il sipario calato sulla campagna europea dell'Inter riapre un dibattito mai sopito nel calcio italiano: la sostenibilità del doppio impegno tra Serie A e Champions League. Dopo il traumatico epilogo della scorsa stagione, segnato dai cinque gol incassati contro il PSG, l'ambiente nerazzurro si trova nuovamente di fronte a un bivio identitario. La sconfitta non è solo un dato statistico, ma il sintomo di una flessione strutturale che ha visto la compagine meneghina perdere cinque delle dieci sfide totali disputate in questa edizione, un ruolino di marcia che stride con la solidità mostrata durante l'era Inzaghi, dove in tre anni le cadute continentali erano state appena sei.
A poche ore dal verdetto del campo, emerge con forza una riflessione sulla gestione delle risorse fisiche e mentali. Se da un lato la vetta della classifica nazionale resta l'obiettivo primario, dall'altro l'emorragia di risultati in Europa solleva interrogativi sulla capacità di tenuta del gruppo nei momenti di massima pressione internazionale. «Dopo il tragico finale di Champions League dell'anno scorso, con i cinque gol presi dal PSG, tanti tifosi interisti si sono interrogati su quanto fosse logico impiegare forze fisiche e mentali per andare avanti inutilmente in Europa a discapito di uno Scudetto», ha sottolineato con lucidità Andrea Cecchi di Sport Mediaset, evidenziando come la scelta di campo sembri ormai una necessità fisiologica piuttosto che una strategia deliberata.







