Tre partite non bastano per vincere niente. A volte, però, bastano per capire che qualcosa è cambiato. E questa Roma, dopo anni trascorsi troppo spesso a rincorrere se stessa, oggi ha finalmente il volto di una squadra che sa cosa vuole essere.
Quanto sei bella, Roma. Lo scrivo sapendo perfettamente quanto sia pericoloso farlo a settembre, conoscendo questa città, la sua capacità di trasformare una scintilla in un incendio e un pareggio storto in una crisi di sistema. Lo scrivo sapendo anche che tre partite sono tre partite, che nove punti non consegnano trofei e che la Champions, gli infortuni, l’inverno e le domeniche storte devono ancora presentare il conto. Ma il giornalismo, quando non si limita a registrare un risultato, ha anche il dovere di raccontare una sensazione quando quella sensazione diventa evidente. E oggi la sensazione è questa: la Roma ha ricominciato a sembrare una squadra di calcio vera. Non semplicemente una squadra forte, non ancora almeno. Una squadra vera, di quelle che entrano in campo con un’idea riconoscibile, che non aspettano continuamente l’episodio, che sanno dove mettere il pallone prima ancora di riceverlo e che soprattutto sembrano possedere quella cosa rarissima nel calcio italiano contemporaneo: una personalità tecnica.
Ripensando al precampionato sembra quasi di parlare di un’altra Roma. Le amichevoli avevano lasciato dubbi, soprattutto dietro. Qualche partita aveva raffreddato persino l’entusiasmo per il ritorno nella competizione europea che conta davvero. La squadra sembrava incompleta, vulnerabile, a tratti perfino lontana dal calcio che Gasperini avrebbe voluto vedere. Il tifoso romanista, che della speranza ha fatto una religione ma della diffidenza una forma di autodifesa, aveva cominciato subito a interrogarsi. Forse manca questo, forse manca quello, forse dietro balliamo troppo, forse davanti non siamo abbastanza. Tutto legittimo. Solo che il calcio d’agosto, ancora una volta, ha mostrato di sapere raccontare molto e spiegare pochissimo.










