Nella mattinata di oggi (seppur con qualche ora di anticipo), mentre le frequenze dell'etere romano vibravano ancora per i postumi del disastro azzurro a Zenica, il quartier generale di Trigoria ha scelto di rispondere al lutto sportivo nazionale con un’operazione finanziaria di portata decennale. Il direttore sportivo Massara ha infatti sciolto le riserve: Gianluca Mancini e Bryan Cristante hanno blindato il loro futuro nella Capitale con un prolungamento contrattuale che li proietta verso la soglia del 2030. Un investimento massiccio, che sfiora i 3,5 milioni di euro netti a stagione per ciascuno, disegnando però due parabole diametralmente opposte nell'economia tecnica della compagine guidata da Gasperini. Se sul difensore i dubbi rasentano lo zero, è sulla figura del mediano friulano che si addensano le nubi di una critica feroce, alimentata da una piazza che non accetta più la narrazione della "diga silenziosa" a cifre da fuoriclasse. Il caso è esploso fragorosamente nelle ultime ore anche nel panorama radiofonico cittadino. Su Rete Sport, il noto giornalista Max Leggeri è finito al centro di un attacco concentrico - nelle prime ore del baratro azzurro - per aver osato mettere a nudo le lacune di un giocatore che, numeri alla mano, fatica a giustificare lo status di intoccabile. «Difendere l'indifendibile è un esercizio che non mi appartiene, specialmente quando si parla di un calciatore che non ha mai spostato gli equilibri né in giallorosso né in Nazionale» ( traduciamo così le 3 ore di trasmissione), avrebbe ribadito il conduttore di fronte all'astio di chi confonde la militanza con la qualità assoluta. La verità di Leggeri, per quanto scomoda, trova riscontro in una realtà oggettiva: blindare Cristante fino a trentacinque anni suonati appare più come una scelta di comodo, un paracadute dorato per una mediocrità che a Trigoria sembra essere diventata la nuova zona di comfort. L’equivoco tattico e il peso di una maglia senza guizzi Se Gianluca Mancini non si discute, rappresentando l’ultimo baluardo di un calcio fatto di sudore e spigoli - un condottiero che scende in trincea anche senza una gamba - il discorso cambia radicalmente quando l'analisi si sposta sul capitano per anzianità. In un calcio sopraffatto dai milioni, dove i bambini sognano ancora il guizzo che cambia la storia, il rinnovo di Cristante suona come un tradimento della meritocrazia. Nonostante la fiducia incondizionata di ogni tecnico passato per la panchina della Roma, le sue prestazioni continuano a oscillare in una terra di mezzo fatta di compitini svolti con diligenza, ma privi di quel genio necessario per dominare il centrocampo moderno. «Il mio legame con questi colori è profondo e sento la responsabilità di guidare i compagni verso nuovi traguardi», verrebbe da tradurre dopo il superenalotto vinto dal "calciatore" italiano, ma la sensazione è che si stia spacciando per indispensabile un calciatore che ha fatto della regolarità il suo unico, vero pregio. Mentre Mancini incarna il cuore pulsante e la grinta che la piazza esige, il prolungamento del mediano friulano rischia di diventare il simbolo di una società che preferisce la certezza del "senza lode e senza infamia" alla scommessa sulla vera eccellenza. Il campo, unico giudice supremo, dirà se questo investimento avrà onorato la passione dei tifosi o se sarà stato l'ennesimo atto di un teatro dell'assurdo dove i milioni contano più delle prestazioni. E, il caro Cristante, continua ad essere considerato da molti un imprescindibile del calcio "italiano". Se solo azzeccasse un diagonale, però...uno.

Il paradosso di Trigoria: il totem Mancini e l’enigma Cristante tra milioni e realtà
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