Il malcontento che attraversa i vertici del calcio italiano ha raggiunto il punto di saturazione, trasformando la contesa sportiva in una sistematica requisitoria contro l’attuale gestione arbitrale. Secondo quanto riferito da Sportmediaset, la lista dei club scontenti ha ormai assunto proporzioni totalitarie, coinvolgendo l’intera piramide della Serie A, dal vertice occupato dall’Inter fino alle compagini in lotta per la salvezza. In questa congiuntura di estrema tensione, il Napoli si è fatto promotore di un’istanza di rottura radicale, innescata dagli episodi controversi della sfida di Bergamo contro l’Atalanta, dove l’operato del direttore di gara Chiffi è stato giudicato talmente deficitario da indurre il designatore alla sospensione cautelare del fischietto padovano.
La diplomazia di De Laurentiis e il progetto “Challenge”
La reazione del sodalizio partenopeo non si è limitata alla protesta formale, ma ha assunto i tratti di una manovra politica di alto profilo. Il presidente Aurelio De Laurentiis avrebbe già avuto un colloquio telefonico diretto con il vertice della FIGC, Gabriele Gravina, per manifestare il proprio disappunto. L’obiettivo strategico, come riportato da Il Mattino, è quello di forzare l’introduzione del VAR a chiamata (il cosiddetto Challenge), ricalcando la sperimentazione già avviata in Serie C. Il piano prevederebbe l’assegnazione di due chiamate per squadra a ogni incontro, permettendo ai tecnici di sollecitare la revisione monitorata dinanzi a presunti errori evidenti, sottraendo l’esclusiva della decisione alla discrezionalità di Lissone.
Protocollo e uniformità: l’asse tra le big
Il fronte del dissenso appare per una volta compatto, superando le storiche rivalità campanilistiche. Se il Napoli guida la rivoluzione, il Milan ha già formalizzato le proprie rimostranze ai vertici dell’AIA, seguito a stretto giro dalla Juventus, ancora scossa dalle polemiche relative al caso Kalulu nel derby d’Italia. Anche la Roma di Gian Piero Gasperini ha più volte alzato i toni, invocando una revisione profonda di un protocollo considerato troppo farraginoso e poco trasparente. La congiuntura attuale impone una semplificazione delle norme che regolano l’interferenza tecnologica, per restituire certezza a un campionato dove gli interessi macroeconomici non tollerano più le zone d’ombra della sudditanza interpretativa.
Il summit decisivo e le incognite della riforma
Il futuro della classe arbitrale italiana si deciderà in un summit già in agenda, che vedrà confrontarsi presidenti, tecnici, capitani e il designatore. Sarà quello il momento della verità per capire se la Serie A sia pronta a recepire un modello di giustizia sportiva “attiva”. Nonostante la spinta impressa dal Napoli, permangono dubbi sulla scalabilità del modello Challenge applicato alla massima serie: se nei dilettanti e in Lega Pro il test è apparso incoraggiante, la pressione mediatica e il valore economico dei punti in Serie A rendono ogni consultazione un potenziale focolaio di ulteriori polemiche. Resta tuttavia la certezza che lo status quo sia ormai indifendibile e che la prossima stagione debba necessariamente segnare l’anno zero del nuovo corso tecnologico.

