Claudio Ranieri
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Italia, Ranieri vuole cambiare il calcio giovanile: «Copiamo il tennis». La proposta per Serie B e Primavera

Il presidente del Club Italia indica le priorità della riforma federale: formazione degli allenatori, sostegno psicopedagogico ai bambini e incentivi per favorire l'ingresso dei giovani nel professionismo. Sul progetto di Maldini e Leonardo: «Non l'ho letto».

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Claudio Ranieri vuole ripartire dalle scuole calcio e dal passaggio dei giovani al professionismo per ricostruire il futuro della Nazionale italiana. A circa cento giorni dall'insediamento come presidente e direttore tecnico del Club Italia, l'ex allenatore della Roma ha illustrato a Sky Sport le priorità del programma avviato dalla FIGC sotto la presidenza di Giovanni Malagò. Due i problemi individuati: la qualità della formazione dei bambini tra i cinque e i tredici anni e le difficoltà dei calciatori tra i diciotto e i ventuno anni nel trovare spazio dopo il percorso nelle squadre Primavera. Per affrontarli, Ranieri propone una maggiore specializzazione degli istruttori, il coinvolgimento di professionisti dell'età evolutiva e un sistema di incentivi economici che favorisca l'impiego dei giovani nei campionati di Serie B e Serie C. Idee sulle quali il lavoro è ancora in corso e che richiederanno il coinvolgimento delle società e delle istituzioni.

La riflessione parte da una questione che Ranieri considera decisiva: l'Italia continua a produrre calciatori competitivi nelle categorie giovanili, ma non sempre riesce ad accompagnarli verso una carriera stabile tra i professionisti. Il problema riguarda tanto le opportunità offerte dai club quanto il tipo di preparazione ricevuta negli anni precedenti. Nella visione del dirigente federale, intervenire soltanto sulla Nazionale maggiore significherebbe affrontare le conseguenze di difficoltà maturate molto prima. Per questo il lavoro del Club Italia, che coinvolge anche Gianfranco Zola e Maurizio Viscidi, deve concentrarsi sulla formazione tecnica e sulla creazione di un percorso più coerente tra calcio di base, settore giovanile e prima squadra. L'obiettivo non è ottenere risultati immediati attraverso una nuova disposizione tattica, ma ampliare progressivamente il numero di giocatori italiani a disposizione delle selezioni nazionali.

Bambini al centro, meno tattica e allenatori più preparati: il modello del tennis

La prima proposta riguarda il modo in cui i bambini vengono avvicinati al calcio. Ranieri ritiene che l'apprendimento debba rispettare le caratteristiche delle diverse età e che il compito di un istruttore non possa esaurirsi nell'insegnamento dei gesti tecnici. Per questo immagina percorsi psicopedagogici destinati soprattutto ai più piccoli, costruiti con il contributo di psicologi e figure specializzate. Il ragionamento nasce dall'osservazione dei comportamenti infantili: un bambino di cinque o sei anni tende a considerare il pallone qualcosa di proprio e deve essere accompagnato gradualmente nella comprensione del gioco collettivo. Chiedergli immediatamente di applicare schemi complessi rischierebbe, secondo Ranieri, di anticipare esigenze che appartengono a una fase successiva della crescita. Il calcio di base dovrebbe invece offrire occasioni per sperimentare, sbagliare e sviluppare familiarità con il pallone.

Su questo punto si inserisce il paragone con il tennis. Ranieri vorrebbe prendere esempio dal sistema di qualificazione degli istruttori, nel quale la formazione prevede livelli di specializzazione progressivi e competenze differenti. L'idea è migliorare la preparazione di chi lavora quotidianamente con i bambini, perché da quelle prime esperienze dipendono molte delle qualità che un calciatore svilupperà negli anni successivi. Non si tratta di trasferire automaticamente nel calcio il modello di uno sport individuale, ma di riconoscere maggiore importanza alla competenza degli insegnanti. Il presidente del Club Italia ha ricordato un incontro con un maestro di tennis impegnato a conseguire una qualifica professionale superiore, utilizzando quell'esempio per spiegare quanto debba essere rigorosa la preparazione di chi forma i possibili campioni del futuro.

Al centro del programma rimangono il controllo del pallone, la conduzione, il tiro e soprattutto la capacità di affrontare l'avversario nell'uno contro uno. Ranieri teme che l'attenzione precoce per le organizzazioni tattiche finisca per limitare l'iniziativa personale dei bambini. Da qui il richiamo al calcio praticato nei cortili, nelle piazze e negli oratori, quando si imparava a dribblare e a risolvere situazioni senza ricevere continuamente istruzioni dalla panchina. Non significa rifiutare il lavoro degli allenatori moderni, ma rivedere l'ordine delle priorità nella formazione. Prima la padronanza tecnica e la libertà di scelta, poi l'inserimento in strutture tattiche più complesse. Una direzione che Ranieri aveva già indicato nella conferenza di presentazione del 29 luglio e che ora intende trasformare in un progetto condiviso con il sistema federale.

Mancini e Ranieri

Il nodo Primavera e gli incentivi ai giovani: cosa vuole fare Ranieri

La seconda area d'intervento riguarda l'età dei calciatori che continuano a giocare nelle squadre Primavera senza riuscire a ottenere occasioni significative nel calcio professionistico. Per Ranieri esiste un passaggio particolarmente difficile tra i diciotto e i ventuno anni: alcuni ragazzi hanno già completato una parte importante della formazione giovanile, ma non trovano spazio nelle prime squadre e rischiano di rallentare la propria crescita. Il dirigente ritiene che questo problema non possa essere risolto lasciando ogni decisione alle singole società. Occorrono strumenti capaci di rendere conveniente investire sui giovani, favorendo un utilizzo effettivo e non soltanto la loro presenza nelle rose.

Una delle ipotesi è estendere alla Serie B un sistema di incentivi economici legato ai minuti giocati dai giovani, prendendo esempio dai meccanismi già presenti in Serie C. La proposta si collega al lavoro sviluppato negli ultimi anni dalla Lega Pro, dove i premi destinati alle società possono valorizzare l'impiego di calciatori cresciuti nei rispettivi settori giovanili. Ranieri vorrebbe approfondire una soluzione analoga per il campionato cadetto, che potrebbe rappresentare un passaggio importante tra le formazioni Primavera e la Serie A. Non sono stati però annunciati nuovi regolamenti, importi o criteri di assegnazione. Il presidente del Club Italia ha precisato che le idee dovranno essere discusse e sviluppate insieme alle componenti del movimento, prima di poter diventare misure operative.

Il ragionamento comprende anche una possibile iniziativa fiscale. Ranieri ha richiamato il precedente del Decreto Crescita, utilizzato negli anni scorsi per agevolare l'arrivo di professionisti dall'estero, chiedendosi perché non si possa studiare un sostegno economico destinato alle società che favoriscono lo sviluppo dei giovani italiani. Il riferimento non equivale all'annuncio di un nuovo beneficio fiscale, ma indica la volontà di coinvolgere Governo e istituzioni in una riforma che, secondo il dirigente, il calcio non può finanziare e realizzare autonomamente. Il problema riguarda infatti la sostenibilità economica dei club e la necessità di creare condizioni favorevoli all'utilizzo dei calciatori emergenti, senza limitarsi a chiedere agli allenatori una maggiore attenzione ai vivai.

Sul rapporto con il precedente progetto federale, Ranieri ha spiegato di non aver letto il programma preparato da Paolo Maldini e Leonardo, chiamati inizialmente da Malagò e successivamente usciti dall'organizzazione. «Il piano di Maldini e Leonardo? Non l'ho letto, sono sincero», ha dichiarato, rivendicando la necessità di sviluppare una propria visione insieme ai collaboratori. La precisazione non costituisce tuttavia una presa di distanza dagli obiettivi generali del precedente gruppo dirigente. Ranieri ha riconosciuto che la ricostruzione del calcio italiano richiederà anni, condividendo l'orizzonte di otto-dieci anni indicato da Maldini per osservare gli effetti più profondi del lavoro sui giovani. Il suo riferimento principale rimane Malagò, mentre il coordinamento tecnico si avvale delle competenze di Zola, Viscidi e degli altri professionisti coinvolti nel Club Italia.

Nel descrivere il modello organizzativo che vorrebbe sviluppare, Ranieri ha richiamato anche l'esperienza francese di Clairefontaine, il centro federale legato alla formazione dei talenti. L'esempio riguarda soprattutto la presenza di tecnici specializzati nella preparazione degli altri allenatori e nella verifica del lavoro svolto sul territorio. Una struttura capace di condividere metodi, controllarne l'applicazione e mantenere continuità negli anni potrebbe aiutare il calcio italiano a ridurre la distanza tra le intenzioni federali e l'attività quotidiana delle scuole calcio. È un punto essenziale, perché qualsiasi riforma rischia di rimanere sulla carta se non raggiunge gli istruttori che lavorano direttamente con i ragazzi.

Ranieri rifiuta comunque l'idea di legare il progetto al proprio nome. «Non è tutto da rifare: è tutto da migliorare», ha spiegato, sottolineando che il calcio italiano possiede competenze e tradizioni sulle quali continuare a costruire. Dopo circa cento giorni alla guida del Club Italia, il programma comincia a delineare le proprie priorità, ma deve ancora trasformarsi in un insieme di interventi concretamente applicabili. La principale difficoltà sarà coinvolgere federazione, leghe e società in un percorso condiviso, capace di sopravvivere anche ai cambiamenti delle singole figure dirigenziali. È su questa continuità, più che sulle dichiarazioni programmatiche, che verranno misurati i risultati della riforma.

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