Il nodo Primavera e gli incentivi ai giovani: cosa vuole fare Ranieri
La seconda area d'intervento riguarda l'età dei calciatori che continuano a giocare nelle squadre Primavera senza riuscire a ottenere occasioni significative nel calcio professionistico. Per Ranieri esiste un passaggio particolarmente difficile tra i diciotto e i ventuno anni: alcuni ragazzi hanno già completato una parte importante della formazione giovanile, ma non trovano spazio nelle prime squadre e rischiano di rallentare la propria crescita. Il dirigente ritiene che questo problema non possa essere risolto lasciando ogni decisione alle singole società. Occorrono strumenti capaci di rendere conveniente investire sui giovani, favorendo un utilizzo effettivo e non soltanto la loro presenza nelle rose.
Una delle ipotesi è estendere alla Serie B un sistema di incentivi economici legato ai minuti giocati dai giovani, prendendo esempio dai meccanismi già presenti in Serie C. La proposta si collega al lavoro sviluppato negli ultimi anni dalla Lega Pro, dove i premi destinati alle società possono valorizzare l'impiego di calciatori cresciuti nei rispettivi settori giovanili. Ranieri vorrebbe approfondire una soluzione analoga per il campionato cadetto, che potrebbe rappresentare un passaggio importante tra le formazioni Primavera e la Serie A. Non sono stati però annunciati nuovi regolamenti, importi o criteri di assegnazione. Il presidente del Club Italia ha precisato che le idee dovranno essere discusse e sviluppate insieme alle componenti del movimento, prima di poter diventare misure operative.
Il ragionamento comprende anche una possibile iniziativa fiscale. Ranieri ha richiamato il precedente del Decreto Crescita, utilizzato negli anni scorsi per agevolare l'arrivo di professionisti dall'estero, chiedendosi perché non si possa studiare un sostegno economico destinato alle società che favoriscono lo sviluppo dei giovani italiani. Il riferimento non equivale all'annuncio di un nuovo beneficio fiscale, ma indica la volontà di coinvolgere Governo e istituzioni in una riforma che, secondo il dirigente, il calcio non può finanziare e realizzare autonomamente. Il problema riguarda infatti la sostenibilità economica dei club e la necessità di creare condizioni favorevoli all'utilizzo dei calciatori emergenti, senza limitarsi a chiedere agli allenatori una maggiore attenzione ai vivai.
Sul rapporto con il precedente progetto federale, Ranieri ha spiegato di non aver letto il programma preparato da Paolo Maldini e Leonardo, chiamati inizialmente da Malagò e successivamente usciti dall'organizzazione. «Il piano di Maldini e Leonardo? Non l'ho letto, sono sincero», ha dichiarato, rivendicando la necessità di sviluppare una propria visione insieme ai collaboratori. La precisazione non costituisce tuttavia una presa di distanza dagli obiettivi generali del precedente gruppo dirigente. Ranieri ha riconosciuto che la ricostruzione del calcio italiano richiederà anni, condividendo l'orizzonte di otto-dieci anni indicato da Maldini per osservare gli effetti più profondi del lavoro sui giovani. Il suo riferimento principale rimane Malagò, mentre il coordinamento tecnico si avvale delle competenze di Zola, Viscidi e degli altri professionisti coinvolti nel Club Italia.
Nel descrivere il modello organizzativo che vorrebbe sviluppare, Ranieri ha richiamato anche l'esperienza francese di Clairefontaine, il centro federale legato alla formazione dei talenti. L'esempio riguarda soprattutto la presenza di tecnici specializzati nella preparazione degli altri allenatori e nella verifica del lavoro svolto sul territorio. Una struttura capace di condividere metodi, controllarne l'applicazione e mantenere continuità negli anni potrebbe aiutare il calcio italiano a ridurre la distanza tra le intenzioni federali e l'attività quotidiana delle scuole calcio. È un punto essenziale, perché qualsiasi riforma rischia di rimanere sulla carta se non raggiunge gli istruttori che lavorano direttamente con i ragazzi.
Ranieri rifiuta comunque l'idea di legare il progetto al proprio nome. «Non è tutto da rifare: è tutto da migliorare», ha spiegato, sottolineando che il calcio italiano possiede competenze e tradizioni sulle quali continuare a costruire. Dopo circa cento giorni alla guida del Club Italia, il programma comincia a delineare le proprie priorità, ma deve ancora trasformarsi in un insieme di interventi concretamente applicabili. La principale difficoltà sarà coinvolgere federazione, leghe e società in un percorso condiviso, capace di sopravvivere anche ai cambiamenti delle singole figure dirigenziali. È su questa continuità, più che sulle dichiarazioni programmatiche, che verranno misurati i risultati della riforma.