Roma, che botta: il ritorno de I Cani all’Atlantico è un trionfo
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Roma, che botta: il ritorno de I Cani all’Atlantico è un trionfo

Nove anni di silenzio discografico, un ritorno che sembrava quasi leggendario, cinque date romane esaurite in pochi giorni. All’Atlantico Live di Roma, la prima data nella Capitale de I Cani è stato molto più di un live: un rito collettivo in cui un’intera generazione si è ritrovata a urlare le stesse parole, a saltare nello stesso pogo e ad accogliere lo stage diving di Niccolò Contessa come un abbraccio rimandato troppo a lungo. Un ritorno che sembrava impossibile Quando le luci si spengono e parte “Io”, la sensazione è quella di rivedere un amico che non vedevi da anni ma che, in qualche modo, è sempre rimasto lì. Dal 2016 di Aurora al 2025 di Post mortem sono passati quasi nove anni: un’eternità per una band che nel frattempo è entrata definitivamente nel territorio del culto. Nel frattempo le loro canzoni hanno continuato a girare sottotraccia: nelle cuffie, nelle stanze degli studenti fuori sede, sui treni, nei viaggi in macchina. È bastato che la band risalisse sul palco perché quelle frasi tornassero automaticamente in testa. In certi momenti del live, quando le voci dell’Atlantico si sovrappongono, sembra davvero che «E i cattivi non sono cattivi davvero» sia diventata una specie di proverbio generazionale, un modo di leggere le persone e le relazioni senza bisogno di spiegare troppo. Il tutto filtrato da Post mortem, un disco che parla di fine dei cicli, di vulnerabilità e di tempo che passa, ma che sul palco trova una dimensione sorprendentemente vitale: le ansie del disco si mischiano all’euforia fisica della sala e il risultato è un cortocircuito emotivo potentissimo. Una scaletta da montagna russa La scaletta dell’Atlantico è costruita come un vero rollercoaster: quasi due ore di concerto, più di venti brani, pochissime pause reali. Non c’è mai la sensazione di “riempitivo”: ogni pezzo spinge un po’ più in alto o ti tira giù all’improvviso. L’immersione nel presente di Post mortem L’apertura è tutta dedicata al nuovo corso. “Io”, “Buco nero”, “Colpo di tosse”: una tripletta che ti immerge subito nell’atmosfera scura di Post mortem. I suoni sono più asciutti, la voce quasi trattenuta, le luci ridotte al minimo. È come entrare direttamente dentro la testa del disco, con il pubblico che all’inizio ascolta quasi in apnea. Poco alla volta, però, la scaletta comincia ad alternare passato e presente. Arrivano “Come Vera Nabokov”, “Hipsteria”, “Questo nostro grande amore” e la sala cambia registro: dalle teste che annuiscono si passa alle braccia alzate, ai primi cori veri, ai sorrisi larghi di chi si ricorda dove stava quando queste canzoni sono uscite. Nel cuore del live, pezzi nuovi come “Nella parte del mondo in cui sono nato”, “Nascosta in piena vista” e “Le coppie” si incastrano alla perfezione con brani ormai classici come “Post Punk”, “Aurora”, “Sparire” e “Corso Trieste”. Non è un “blocco nuovo” seguito dal “blocco vecchio”: è un dialogo continuo tra le fasi diverse del progetto, come se ogni canzone rispondesse alla successiva. Il cuore emotivo (e le assenze che pesano) Il finale di scaletta è una sequenza pensata per far saltare l’Atlantico da cima a fondo. “I pariolini di 18 anni”, “Velleità”, “Calabi Yau”, “Il posto più freddo”, “Una cosa stupida”, “Lexotan”: è qui che la definizione di “montagna russa” trova il suo senso. Si passa dal pogo sfrenato alle canzoni urlate con il nodo in gola, con il pubblico che canta praticamente parola per parola. Quando parte “Velleità”, l’idea che «Le velleità ti aiutano a dormire» prende un significato tutto nuovo: c’è chi saltava sotto questo pezzo a vent’anni e oggi lo canta con lo stesso trasporto, ma con una vita completamente diversa addosso. Nel complesso, la scaletta è davvero forte: copre tutte le fasi del progetto, dà molto spazio a Post mortem senza sacrificare i brani simbolo e gestisce benissimo l’alternanza fra momenti più cupi e esplosioni collettive. L’unico piccolo rimpianto, per chi conosce a memoria tutto il repertorio, è l’assenza di alcuni pilastri emotivi: “Door Selection” non si affaccia, e manca anche “FBYC (Sfortuna)”. E un po’ spiace, perché proprio quel pezzo, con il suo inizio in cui Contessa ammette «Ho paura di tutto soprattutto dei cani», dal vivo avrebbe avuto un potenziale catartico enorme, specie alla luce del filo rosso sfortuna/ansia che attraversa una parte della loro produzione. Non sono buchi che rovinano l’esperienza – la serata è talmente piena che quasi non ci si pensa – ma sono quei due titoli che tornano nelle chiacchiere fuori dal locale: segno che il legame con le canzoni è ancora fortissimo. Pogo, abbracci e un tuffo liberatorio Al di là della scaletta, è l’energia in sala a fare la differenza. Dalle prime file parte subito un pogo continuo, ma con quell’equilibrio tipico dei concerti “di casa”: si spinge, si salta, qualcuno cade, qualcun altro lo tira su. Si ride, ci si scusa, si ricomincia. I telefoni sono molto meno alzati di quanto ci si aspetterebbe nel 2025: in molti preferiscono tenere le mani libere per batterle a tempo, indicare il palco, abbracciare gli amici nei momenti più intensi. Quando tutta l’Atlantico canta all’unisono certi ritornelli, sembra davvero che pezzi nati quasi in sordina su SoundCloud siano diventati parte di un linguaggio comune. Il picco emotivo arriva sul finale, con “Lexotan”. Le luci si accendono forti, il pubblico è ormai una massa unica che salta, e Niccolò Contessa si lascia cadere sulla folla in uno stage diving che dura pochi secondi ma resterà stampato in testa a molti. Lo si vede scomparire tra le mani alzate e riemergere con un sorriso quasi stupito: per uno come lui, sempre percepito come schivo e poco incline all’esposizione, è un gesto che dice molto più di qualsiasi discorso. È il momento in cui capisci che non è solo il pubblico ad essersi aggrappato a queste canzoni negli anni: anche chi le ha scritte, in qualche modo, si sta affidando a chi le ha ascoltate, letteralmente. Nove anni d’attesa, due ore che li ripagano tutti Uscendo dall’Atlantico, con la maglietta bagnata, la voce andata e il fischio nelle orecchie, la frase che si sente ripetere più spesso è semplice: ne è valsa la pena. Ne è valsa la pena aspettare nove anni per rivedere I Cani a Roma, per sentire come suonano dal vivo i brani di Post mortem accanto ai pezzi che ci hanno accompagnato per più di un decennio, per ritrovarsi tutti insieme nello stesso posto dopo aver condiviso quelle stesse canzoni in mille momenti diversi della propria vita. Se la domanda, prima di questo tour, era “hanno ancora senso I Cani nel 2025?”, la risposta che arriva dall’Atlantico è piuttosto netta: sì, e forse più di prima. Perché non sono solo una band, ma una lente con cui guardare se stessi e il proprio tempo. E quando una canzone riesce ancora a fare questo, dopo così tanti anni, significa che è viva. Proprio come la sala che l’ha cantata dall’inizio alla fine. Bentornati a casa.

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