Il caso Vásquez e una regola che merita di essere ripensata
Torniamo a Old Trafford. È necessario distinguere il giudizio sulla norma dalla sua applicazione. Nel caso specifico, Cristante era entrato in area prima che Fernandes calciasse e aveva successivamente giocato il pallone respinto da Vásquez. Secondo le disposizioni vigenti, quell'invasione ha giustificato la ripetizione del rigore. Sostenere che l'arbitro avrebbe dovuto ignorarla significherebbe confondere un'opinione personale con le regole attuali. Il punto è un altro: in un calcio che considerasse concluso il rigore dopo una parata, non esisterebbe più la corsa alla ribattuta che ha determinato quell'episodio.
Naturalmente, anche una riforma dovrebbe prevedere garanzie contro le irregolarità. Un portiere che viola le condizioni di esecuzione ottenendo un vantaggio, oppure un calciatore che interferisce concretamente con il tiro, non potrebbe essere automaticamente favorito dalla nuova regola. Le ripetizioni dovrebbero rimanere possibili quando un'infrazione incide sull'esecuzione o sul risultato del tentativo, secondo criteri definiti con precisione. Ma l'ingresso anticipato di un compagno o di un avversario, senza alcuna interferenza sul tiro, non avrebbe più ragione di essere valutato in funzione della conquista della seconda palla. Sarebbe una semplificazione importante anche per gli arbitri e per il VAR, oggi chiamati a controllare movimenti anticipati di pochi centimetri che possono determinare la ripetizione di un rigore già parato.
Qualcuno potrebbe obiettare che la possibilità di segnare sulla ribattuta fa parte del calcio, che premia la prontezza degli attaccanti e la capacità di seguire l'azione. È un'obiezione legittima. Ma il rigore non è un'azione ordinaria. È una situazione eccezionale, assegnata come sanzione per un'infrazione commessa nell'area di rigore e disciplinata da condizioni particolari. Proprio questa sua natura giustifica regole differenti rispetto al resto del gioco. Se abbiamo stabilito che l'attaccante debba calciare da una posizione privilegiata e che gli altri giocatori debbano rispettare una determinata distanza, possiamo anche stabilire che il tentativo si esaurisca dopo la prima conclusione.
Non è giusto, a mio avviso, che il portiere debba vincere due volte lo stesso duello per vedersi riconosciuto il merito di aver neutralizzato un rigore. Prima deve intuire e respingere il tiro. Poi, se il pallone resta nei pressi della porta, può essere chiamato a un secondo intervento in condizioni spesso ancora più difficili. La parata, che dovrebbe essere il successo del portiere nel confronto individuale, rischia così di diventare un assist involontario per l'avversario. Nel calcio siamo abituati a celebrare il rigorista che segna e a criticare quello che sbaglia, ma concediamo troppo poco spazio alla difficoltà tecnica di chi deve impedire che il pallone entri.
Non chiedo che venga cambiato il risultato di Manchester United-Roma, né che una decisione corretta secondo le norme vigenti venga presentata come un errore. La Roma ha perso anche per le proprie difficoltà nella ripresa, e sarebbe ingeneroso attribuire l'intera rimonta inglese a un solo episodio. Quella parata cancellata dalla ripetizione, però, offre l'occasione per affrontare una questione che riguarda tutte le squadre e tutti i portieri, dalla Serie A ai campi dilettantistici. Le regole del calcio non sono immutabili. Possono essere migliorate quando emerge una soluzione più chiara, equilibrata e coerente con il principio della competizione sportiva.
La proposta che condivido con Lorenzo Zucchiatti meriterebbe almeno una discussione da parte degli organismi che custodiscono il regolamento. Non servono nuove tecnologie, ulteriori interruzioni o interpretazioni complicate. Basterebbe modificare il modo in cui termina un calcio di rigore durante la partita, lasciando alle infrazioni che incidono realmente sul tiro un trattamento specifico. Il rigorista ha undici metri per segnare. Il portiere ha una sola possibilità per impedirglielo. Se quella possibilità diventa una parata, il confronto deve essere finito. Perché anche salvare un gol dovrebbe avere, finalmente, lo stesso valore che attribuiamo a segnarlo.